Kata: pochi, ma funzionali alla difesa

In tempi antichi i praticanti del Karate dedicavano moltissimo tempo alla pratica di un singolo Kata (come riporta lo stesso Gichin Funakoshi nei suoi scritti, un Kata ogni tre anni).

Lo studiavano in profondità apprendendo tutte le più sottili sfumature interiorizzando ogni singolo movimento e i legami tra gli stessi, fino a quando tali movimenti diventavano una seconda pelle. Tale metodo permetteva di creare una memoria muscolare condizionata che avrebbe reagito istintivamente ad una eventuale minaccia. Questo poteva accadere perché ogni singolo Kata fornisce gli strumenti utili per una buona difesa personale.

Oggi molti stili richiedono la conoscenza di moltissimi Kata, vuoi come requisito per il raggiungimento del grado di cintura, vuoi per il confronto nelle competizioni sportive. Premesso che non c’è nulla di sbagliato nel conoscere molti Kata, ma a un certo punto chi pratica il Karate ai fini della difesa personale dovrebbe concentrarsi su pochissimi Kata.

Sempre avendo ben chiaro che questi debbano essere adatti alla propria struttura fisica (vedi anche Shorin e Shorei) adatti, cioè, all’utilizzo come veri e propri ferri del mestiere dell’autodifesa. Questo è possibile solo attraverso una adeguata idea adeguata del movimento che funziona meglio con la propria tipologia corporea, condizione fisica, tipicità e le preferenze individuali.

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